Tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, la musica russa attraversa una profonda trasformazione. In questo processo, Sergej Rachmaninov e Aleksandr Scriabin rappresentano due personalità tanto vicine per formazione e ambiente culturale quanto lontane per concezione estetica, linguaggio armonico e rapporto con lo strumento. Entrambi pianisti di eccezionale livello, entrambi compositori intimamente legati al pianoforte, sviluppano due idee quasi opposte dello strumento: Rachmaninov ne esalta la dimensione monumentale, cantabile e virtuosistica; Scriabin ne esplora invece la natura più intima, visionaria e quasi immateriale.
Il confronto tra i loro pianismi non può quindi limitarsi alla tecnica. In entrambi il virtuosismo è subordinato a una precisa concezione poetica, ma mentre Rachmaninov tende a trasformare il pianoforte in una grande orchestra, Scriabin lo utilizza progressivamente come uno strumento capace di evocare stati psicologici, visioni e dimensioni sonore nuove.
Rachmaninov: il pianoforte come orchestra
Il pianismo di Rachmaninov nasce dalla grande tradizione romantica russa ed europea. La sua scrittura conserva un fortissimo legame con Chopin, Liszt e Čajkovskij, ma porta all’estremo alcune caratteristiche della tradizione romantica: ampiezza sonora, densità armonica, ricchezza melodica e virtuosismo.
Rachmaninov possedeva mani eccezionalmente grandi e una tecnica straordinaria. Questa caratteristica fisica ebbe conseguenze importanti sulla sua scrittura pianistica. Accordi molto estesi, ampi intervalli, grandi salti, sovrapposizioni di registri e complesse strutture polifoniche diventano elementi ricorrenti della sua produzione. Tuttavia, sarebbe riduttivo interpretare queste difficoltà esclusivamente come esibizione virtuosistica.
La grandezza del pianismo rachmaninoviano risiede soprattutto nella capacità di costruire una dimensione orchestrale attraverso il solo pianoforte. Gli accordi possono assumere il peso degli ottoni, le linee interne evocano gli archi, mentre le grandi progressioni arpeggiate sembrano imitare movimenti orchestrali. La tastiera viene sfruttata nella sua interezza, dal registro più grave a quello acuto, creando una straordinaria profondità sonora.
Un ruolo centrale è occupato dalla melodia. Le celebri linee melodiche di Rachmaninov richiedono al pianista una particolare capacità di cantare attraverso lo strumento. La difficoltà non consiste soltanto nel suonare le note, ma nel far emergere una voce principale all’interno di una tessitura spesso estremamente complessa.
Ne deriva un pianismo basato su un delicato equilibrio tra potenza e canto. La sonorità deve essere ampia senza diventare pesante, il fraseggio libero ma non arbitrario, il rubato espressivo ma sempre sostenuto da una solida architettura ritmica.
Nei Preludi, negli Études-tableaux e soprattutto nelle Sonate e nei Concerti per pianoforte, questa concezione raggiunge risultati straordinari. Il pianoforte diventa un organismo sonoro capace di respirare, cantare, esplodere e ritirarsi in pochi istanti.
Scriabin: il pianoforte come spazio dell’interiorità
Il percorso di Scriabin è profondamente diverso. Anche egli parte dalla tradizione romantica, soprattutto da Chopin, ma progressivamente se ne allontana fino a sviluppare un linguaggio armonico e sonoro completamente personale.
Il giovane Scriabin è ancora fortemente legato al pianismo chopiniano. Nei primi Preludi, negli Studi e nelle prime Sonate è evidente l’influenza del compositore polacco: forme brevi, lirismo, ornamentazione e centralità della melodia.
Con il passare degli anni, però, la sua ricerca si spinge verso territori sempre più radicali. L’armonia perde progressivamente la funzione tradizionale di stabilire una chiara gerarchia tonale. Gli accordi assumono un valore timbrico e percettivo oltre che funzionale.
Il celebre accordo mistico, associato alla fase più matura della sua produzione, rappresenta emblematicamente questa trasformazione. Non è più soltanto un accordo all’interno di una progressione armonica, ma diventa una vera e propria entità sonora, capace di generare atmosfere e tensioni.
Anche la scrittura pianistica cambia. Se Rachmaninov tende a espandere il suono, Scriabin sembra volerlo smaterializzare. Le dinamiche estreme, le indicazioni espressive, le figurazioni rapidissime e la continua trasformazione del fraseggio producono una sensazione di instabilità e di sospensione.
Il pianista scriabiniano deve quindi possedere una sensibilità particolare per il colore. Il suono non viene concepito soltanto in termini di volume, ma di qualità, trasparenza, risonanza e trasformazione.
Due concezioni del virtuosismo
Rachmaninov e Scriabin sono entrambi virtuosi, ma il loro virtuosismo svolge funzioni differenti.
In Rachmaninov la tecnica è spesso spettacolare. Le grandi masse accordali, le ottave, gli arpeggi, i salti e le sovrapposizioni ritmiche richiedono una preparazione tecnica eccezionale. Il virtuosismo contribuisce alla costruzione della grande forma e alla tensione drammatica.
In Scriabin, invece, la difficoltà tecnica è frequentemente più nascosta. La velocità, la leggerezza, l’indipendenza delle dita, la gestione del pedale e il controllo delle microdinamiche diventano strumenti per ottenere una dimensione sonora quasi irreale.
Si potrebbe dunque affermare che Rachmaninov tende a mostrare la potenza del pianoforte, mentre Scriabin tende a rivelarne la fragilità e la capacità evocativa.
Questa distinzione, naturalmente, non è assoluta. Rachmaninov conosce perfettamente il valore della trasparenza e dell’intimità, così come Scriabin raggiunge momenti di straordinaria potenza sonora. Ma rappresenta bene la diversa direzione delle loro ricerche.
Il ruolo del suono
Il problema del suono è centrale per entrambi.
Rachmaninov cerca un suono ricco, profondo, caldo e stratificato. Il pianista deve saper controllare diversi piani sonori contemporaneamente: la melodia deve emergere, le voci interne devono essere percepibili e l’accompagnamento deve sostenere senza coprire.
La sua musica richiede dunque una particolare capacità di polifonia dinamica. Anche quando la scrittura appare massiccia, non tutto deve essere suonato allo stesso livello. La grande difficoltà consiste nel creare gerarchie.
Scriabin richiede invece una tavolozza ancora più sottile. Il pedale diventa uno strumento fondamentale per creare risonanze, sovrapposizioni e trasformazioni timbriche. Il pianista deve spesso evitare una concezione troppo percussiva dello strumento e ricercare un suono fluido, mobile, quasi senza peso.
In questo senso, il pianismo di Scriabin anticipa alcuni aspetti della sensibilità pianistica del Novecento: il suono non è più semplicemente il risultato dell’attacco del tasto, ma un fenomeno complesso fatto di risonanze, armonici, silenzi e trasformazioni.
Rachmaninov e Scriabin interpreti di se stessi
Un elemento fondamentale per comprendere la differenza tra i due compositori è rappresentato dalle loro testimonianze discografiche.
Le registrazioni di Rachmaninov mostrano un pianista estremamente libero nel fraseggio, ma contemporaneamente dotato di una straordinaria solidità ritmica. Il suo modo di suonare rivela una concezione della musica nella quale il rubato nasce dalla struttura della frase e non da una semplice ricerca di sentimentalismo.
Le testimonianze pianistiche di Scriabin, invece, restituiscono un universo più mobile e imprevedibile. La sua interpretazione privilegia la flessibilità, la leggerezza e una particolare libertà agogica. La musica sembra nascere nell’istante stesso dell’esecuzione.
Questo aspetto è particolarmente importante per il pianista contemporaneo: lo studio delle loro registrazioni dimostra quanto sia rischioso affrontare Rachmaninov e Scriabin esclusivamente attraverso la pagina scritta. La notazione contiene le informazioni fondamentali, ma non sempre restituisce completamente la libertà espressiva che caratterizzava il loro modo di suonare.
Due strade verso il Novecento
Rachmaninov e Scriabin rappresentano, in definitiva, due differenti possibilità della musica russa di fronte alla crisi della tradizione romantica.
Rachmaninov rimane profondamente legato alla tonalità, alla melodia e alla grande forma romantica. La sua musica non rappresenta un superamento radicale della tradizione, ma piuttosto una sua straordinaria intensificazione. La nostalgia, il lirismo e il senso del passato diventano componenti fondamentali della sua identità musicale.
Scriabin compie invece un percorso progressivo verso l’astrazione. La tonalità viene progressivamente dissolta, l’armonia diventa colore e la forma tende a trasformarsi in un processo continuo. Il pianoforte non è più soltanto uno strumento musicale, ma diventa il mezzo attraverso il quale esplorare una dimensione psicologica e spirituale.
Il confronto tra i due compositori mostra quindi due concezioni del pianismo apparentemente opposte ma profondamente complementari. Rachmaninov rappresenta la massima espansione della tradizione pianistica romantica; Scriabin ne rappresenta la progressiva dissoluzione verso la modernità.
Entrambi, tuttavia, condividono un principio fondamentale: il pianoforte non è mai per loro un semplice mezzo tecnico. È uno strumento poetico.
Per Rachmaninov esso diventa orchestra, voce, memoria e dramma; per Scriabin diventa colore, visione, mistero e interiorità. Ed è proprio in questa diversa concezione del suono che risiede la straordinaria importanza dei loro pianismi: due percorsi paralleli che, partendo dalla stessa grande tradizione russa, conducono il pianoforte verso due diverse forme di modernità.
Salvatore Margarone



