Una lettura musicale solida, una regia che resta in superficie
Mettere in scena Don Giovanni significa confrontarsi con un titolo che esige una sintesi profonda fra musica e teatro. Al Teatro Filarmonico di Verona, l’asse portante della serata resta la direzione musicale, mentre sul piano registico emergono alcune riserve.
La bacchetta di Francesco Lanzillotta impone fin dall’ouverture una linea chiara: niente monumentalità, ma tensione continua; niente compiacimenti, ma controllo del tempo teatrale. Il dramma giocoso vive di contrasti che non vengono mai pacificati. Orchestra e palcoscenico dialogano con coerenza, con recitativi ben integrati nel flusso e concertati leggibili anche nei passaggi più densi.
Più problematica la regia e le scene di Enrico Stinchelli, che avevamo già visto nel 2019, e sulla quale non abbiamo cambiato opinione. L’impianto è tradizionale e corretto, ma spesso troppo illustrativo: accompagna la musica senza opporle resistenza, senza interrogarla fino in fondo. Costumi e luci (Maurizio Millenotti, Paolo Mazzon) costruiscono un contesto riconoscibile, ma raramente scavano nell’inquietudine dell’opera. In un Don Giovanni così teso sul piano musicale, la scena resta talvolta un passo indietro, più decorativa che realmente drammaturgica.
Sul piano vocale, la produzione offre elementi di particolare interesse. Marta Torbidoni si impone come interprete di riferimento grazie a una solida tecnica e a una gestione consapevole dei mezzi vocali. La costruzione dell’arco musicale privilegia l’equilibrio tra espressione e controllo, con una gestione attenta delle dinamiche e del legato; il passaggio è risolto con omogeneità e il registro acuto affrontato con sicurezza, senza forzature. Il fraseggio mostra attenzione alla parola e all’arco musicale, permettendo di restituire con chiarezza la nobiltà ferita e la tensione drammatica di Donna Elvira.
Il Don Giovanni di Christian Federici rinuncia al carisma esibito con un’impostazione volutamente antiretorica, rinunciando al magnetismo vocale fine a sé stesso. La linea di canto è sostenuta da un’emissione solida e omogenea, più attenta alla parola e all’intenzione drammatica che allo smalto timbrico. Ne emerge un personaggio costruito per accumulo psicologico piuttosto che per seduzione immediata: un Don Giovanni ossessivo, privo di fascinazione brillante, ma proprio per questo più perturbante. Scelta coerente con la lettura di Lanzillotta.
Paolo Bordogna in Leporello evita decisamente la macchietta e si colloca consapevolmente lontano dalla caricatura. La linea di canto procede con una particolare attenzione alla dizione e alla resa della parola, elemento centrale nella costruzione del personaggio. Il fraseggio, puntuale e ben articolato, sostiene un’ironia mai fine a sé stessa, costantemente attraversata da una vena amara. Ne risulta un Leporello credibile sul piano teatrale, non semplice spalla comica ma osservatore interno e partecipe del meccanismo distruttivo che governa l’azione.
Tra le figure femminili, Elisa Verzier (che ha sostituito all’ultimo Gilda Fiume) in Donna Anna rivela cura per l’intenzione espressiva, ma mette in luce una disomogeneità nella linea di canto, in particolare nella gestione del passaggio e nella tenuta del legato nelle frasi ampie. L’emissione risulta talvolta poco centrata, con una proiezione non sempre uniforme, mentre sul piano scenico la presenza appare intermittente, come priva di un solido punto di ancoraggio drammaturgico. Tale sensazione è accentuata da un impianto registico che offre pochi riferimenti interpretativi e da un palcoscenico visivamente essenziale, che finisce per esporre ulteriormente le incertezze dell’esecuzione.
Anche la coppia Zerlina–Masetto, interpretati da Emma Fekete e Alessandro Abis non ci ha convinti pienamente. Zerlina mostra una vocalità altalenante, con momenti di instabilità timbrica che tendono a irrigidire l’emissione, mentre Masetto è ancora lontano dal personaggio, sia sul piano vocale sia su quello scenico, con una caratterizzazione che fatica a trovare un profilo definito. Lo stesso dicasi per il Don Ottavio di Leonardo Sánchez la cui resa vocale non sempre riesce a tradurre con continuità le intenzioni musicali, accompagnata da una presenza scenica poco disinvolta.
Poco convincente, ancora una volta, la soluzione adottata per la scena finale, che colloca il Commendatore, interpretato da Ramaz Chikviladze, dietro le quinte con ricorso all’amplificazione, con un effetto, peraltro non ben tarato, che introduce una sonorità artificiale che indebolisce e rompe l’unità acustica dello spettacolo. L’assenza della statua bianca del Commendatore, corpo visivo e simbolico in movimento, capace di incarnare fisicamente l’irruzione dell’aldilà e di dare alla scena conclusiva forza teatrale e perturbante, qui risulta inevitabilmente attenuata, riducendo notevolmente l’impatto drammatico del momento.
Questo Don Giovanni veronese si impone dunque soprattutto per la solidità musicale e per una direzione che pensa e costruisce nel tempo. Il cast, nel complesso omogeneo, presenta punte di notevole interesse. La regia, pur corretta, non riesce sempre a intercettare la radicalità dell’opera, limitandosi spesso a illustrarla.
Il risultato è uno spettacolo che si ascolta con grande attenzione e che si guarda con qualche riserva: un Don Giovanni culturalmente serio, musicalmente convincente, ma non del tutto risolto nella sua dimensione teatrale.
Federico Scatamburlo
La recensione si riferisce alla recita del 25 gennaio 2026
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