Muzio Clementi: l’arte della tecnica pianistica

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di Salvatore Margarone

 

Muzio Clementi nacque a Roma nel 1752 e morì a Evesham, Worcestershire nel 1832.

Pianista e compositore stimato studiò nell’ambiente musicale pontificio e ancora adolescente fu assunto come organista nella chiesa di S. Lorenzo in Damaso.

Nel 1766 fu udito come clavicembalista da un ricco viaggiatore inglese, sir Peter Beckford, il quale s’impegnò col padre per educarlo e mantenerlo per sette anni nella sua residenza di Fonthill Abbey nel Dorsetshire. In questo periodo denso di studi, Muzio maturò il proprio stile pianistico, cominciando ad associare l’eredità clavicembalistica italiana (soprattutto scarlattiana) col classicismo di Haydn e con lo stile galante di J.C.Bach (il londinese), musicista che poco prima aveva influenzato anche Mozart.

Nel 1778 si trasferì a Londra, la cui vita era animata da Bach principalmente, intraprendendo l’attività di pianista ed insegnante, nonché di maestro al cembalo al King’s Theatre in Haymarket.

Nel 1780 iniziò una tournée nel continente, esibendosi, fra l’altro, alla corte di Luigi XVI e a quella di Giuseppe II a Vienna, dove ebbe luogo una celeberrima competizione con Mozart nel gennaio del 1782.

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Rientrato a Londra intensificò la sua attività di didatta ed ebbe tra gli allievi anche Field e Cramer, dedicandosi poi alla composizione di sinfonie, proprio nel periodo stesso in cui Haydn operava nella capitale inglese. In questo periodo oltre che alla sua primaria attività da didatta, si dedicò all’attività editoriale e aprì anche una piccola fabbrica di pianoforti. Fu proprio il suo impegno pratico e la sua indipendenza economica del commercio a conferire quel carattere moderno alla sua figura di musicista che si discostava dall’antica posizione di protetto dell’aristocrazia borghese.

Agli inizi del ‘800 compì una nuova tournée in Europa soggiornando a Parigi, Vienna, Pietroburgo, Berlino, Praga, Roma e Milano; oltre a esibirsi come solista impartì lezioni a J. Meyerbeer,  e C. Czerny.

Fra il 1817 ed il 1827 compì ancora qualche viaggio ma, nel 1828, lasciò le scene del concertismo londinese con il suo ultimo recital al Royal Philarmonic Society che, insieme a Viotti, aveva fondato.

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Di lui si ricordano, con molta importanza oggi, le Sonatine per pianoforte che scrisse per i suoi allievi e che ancora oggi vengono eseguite dagli studenti di pianoforte per la loro progressiva difficoltà tecnica, parliamo dell’op.36, invece quelle più complesse portano numero d’opera 2, 7,9,11,12,23,25,33,37,40,47 e 50, vicine ormai al pianismo di Beethoven. Così come in quelle di Beethoven, nelle Sonate di Clementi emergono i contrasti dinamici e timbrici dello strumento, le esplorazioni nelle regioni più estreme della tastiera, l’uso del pedale, mostrando la volontà di approfondire le possibilità tecniche ed espressive del pianoforte, capace di tradurre un pensiero musicale dialetticamente complesso, influenzato dall’avvento del sinfonismo.

Ma Clementi si distinse per il suo atteggiamento distaccato dalle conquiste tecniche ed espressive apportate; si direbbe che egli recepì gli stimoli nuovi dei tempi e li tramuti in musica senza aderirvi sentimentalmente, usando, con una lucida razionalità illuminante, una mentalità settecentesca.

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Questo spiegherebbe il fascino singolare della sua opera didattica più famosa “Gradus ad Parnassum”, raccolta di 100 Studi mirati a sviluppare gradualmente determinati procedimenti di tecnica pianistica e a fornire modelli classici nella forma (canoni, fughe, suites, rondò, primi tempi di sonata, ecc…), uno splendido esempio di arditezza e regole.

La sua produzione musicale comprende complessivamente 113 opere fra sonate, capricci, toccate, fughe, ed altri pezzi per pianoforte, come i 24 Valzer e 12 Monferine; varie opere didattiche, oltre al Gradus, dedicate sempre al pianoforte, fra cui la raccolta di 24 Preludi ed esercizi del 1790; 6 Sinfonie, 1 Oratorio. Di quest’ultimo la musica ad oggi è perduta.

http://www.lideamagazine.com/11211-2/

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