Un flagello senza armi al Teatro La Fenice di Venezia

di Federico Scatamburlo e Salvatore Margarone

Quando fu rappresentata per la prima volta, nel lontano 1846, fu chiara l’intenzione da parte dell’autore di manifestare il velato desiderio da parte dell’Italia di emanciparsi dalla dominazione austro-ungarica: Giuseppe Verdi infatti, ispirandosi alla tragedia Attila, König der Hunnen di Zacharias Werner, compose quest’opera che rovescia decisamente la fama di quel famoso condottiero che tristemente famoso come “flagello di Dio”. Infatti il Re degli Unni è in quest’opera caratterizzato come un guerriero che brama poteri e vittorie, ma nello stesso tempo come un uomo leale, che affronta il nemico a viso aperto piuttosto che pugnalarlo alle spalle e consapevole che i popoli che vincono oggi, domani sono destinati a perdere.

Ed é questo uno degli aspetti più interessanti che colpisce nella trama dell’Attila, insieme al fatto che, in questo caso, è anche più che mai territoriale: siamo infatti nel 452 d.c., quando gli esuli di Aquileia approdano in Rio-Alto, creando il primo insediamento che poi “qual risorta fenice novella” diventerà Venezia. E proprio al Teatro la Fenice, nel pomeriggio di domenica 11 novembre 2016 abbiamo assistito alla messa in scena della seconda di cinque recite in cartellone nel celeberrimo Teatro.

Scene cupe, grigie e piuttosto statiche, hanno creato perfettamente l’idea dell’instabilità creata dagli avvenimenti di guerra, tuttavia questo ha avuto l’effetto collaterale di creare una certa apatia oculare, che fin da subito ha impresso difficoltà anche a seguire la storia. Come sempre ribadiamo, quando i riferimenti storici e di libretto sono ridotti a semplici metafore, o sono stilizzati all’estremo, solo lo spettatore più erudito riesce a cogliere certe sfumature. Come in questo caso, dove per tutta l’opera campeggiano busti antropomorfi sparsi un po’ su tutto il palco, riproducenti uomini accasciati e di spalle, con la testa china, forse ad emulare i popoli conquistati e soggiogati dal tiranno; e poi solamente lunghe corde appese dove scultoree comparse vengono legate e “malmenate” dagli invasori. Nessun riferimento visibile a quella che sarà la futura Venezia, tranne per delle “vele” che ogni tanto salgono verso l’alto a simboleggiare le navi da guerra. Lo stesso si può dire per la regia, di Daniele Abbado, priva di fantasia e che ha ridotto al minimo i movimenti degli artisti.

Attila esula un po’ dal “classico” Verdi che siamo abituati a sentire: la costruzione dell’intera opera verte su arie, duetti, terzetti e quartetti molto complessi, che richiedono interpreti di una certa caratura. Proprio per il carattere guerriero della trama, tuttavia è legata anche ad intrighi d’amore, la tessitura vocale é concepita in un registro alto per tutte le varie tipologie vocali, ma soprattutto per la parte del soprano, che richiede fermezza vocale, agilità e timbro squillante, oltre che ad una buona dose di voce di petto.

 Il cast scelto per questa produzione era purtroppo un po’ altalenante, a partire proprio dalla protagonista Odabella, unica voce femminile dell’opera, interpretata dalla giovane soprano Vittoria Yeo. Come Verdi stesso diceva, questa parte richiede “polmoni d’acciaio”: con notevole sforzo, sia fisico che vocale, la Yeo ha sostenuto questa parte esordendo in scena con la prima aria “Oh, nel fuggente nuvolo” dove già però è stata molto instabile sulle agilità e in freschezza vocale. Nel prosieguo non ci sono stati miglioramenti, purtroppo, ed è arrivata alla fine dell’opera visibilmente stremata.

Il protagonista Attila, non è un tenore come nella maggior parte delle opere, ma un basso, in questo caso interpretato da Roberto Tagliavini. Bellissimo timbro vocale e bel fraseggio, tuttavia l’interpretazione è risultata troppo leggera per delineare appieno i connotati dello spietato condottiero, che ci si aspettava duro, arcigno, quasi malefico, e che è risultato invece poco convincente (sarebbe stato molto più apprezzabile per una parte, per esempio, più romantica e lirica).

Bella performance per Ezio, interpretato dal giovano Julian Kim, con il suo bel timbro squillante, voce piena e buona presenza, che ha convinto il pubblico in sala.

Ma le lodi vanno sicuramente al tenore Stefan Pop, vera rivelazione di quest’opera verdiana. Voce squillantissima, puntata e ben calibrata, di ottima finezza interpretativa, riempiendo la sala  raccoglie i maggiori consensi del pubblico che più di una volta gli tributa dalla platea e dai palchi il proprio apprezzamento. E non possiamo che essere d’accordo: il suo ruolo, Foresto, è stato l’unico veramente “verdiano”, anche rispetto a tutto il resto del cast. Come già abbiamo apprezzato in altre rappresentazioni, questo giovane tenore possiede dizione perfetta, mai una frase spezzata, con filati di gusto, che hanno reso il personaggio proprio come lo voleva Verdi.

Completano il cast Antonello Ceron nei panni di Uldino e Mattia Denti per Leone.

Ottimi come sempre il Coro e l’Orchestra del Teatro La Fenice e lo stesso dicasi per la Direzione di quest’ultima in questo caso affidata a Riccardo Frizza.

Dunque questa regia e queste scene molto minimaliste hanno lasciato spazio più che altro  alla sola immaginazione dello spettatore, e bisogna ammettere che, tra concertazione e messa in scena, non ci sono stati attriti particolari, per cui la rappresentazione è “filata” discretamente “liscia” dall’inizio alla fine.

Con molti simboli e chiavi di lettura mancanti tuttavia abbiamo potuto constatare che molti spettatori, nei commenti rubati alla fine dello spettacoli, sono rimasti piuttosto indifferenti e privi di emozioni da portarsi a casa. Nonostante ciò, tutto il cast ha raccolto dei buoni consensi con applausi ben meritati, considerata la difficoltà canora generale dell’opera. Che speriamo di rivedere ancora, in questo teatro, magari con una messa in scena e un regia più coinvolgenti.

Photo ©Michele Crosera

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