“La commedia è finita!”: Pagliacci a Verona

di Salvatore Margarone e Federico Scatamburlo

Come Cavalleria Rusticana per Pietro Mascagni, anche Pagliacci per Ruggero Leoncavallo ha rappresentato una sorta di maledizione, un marchio riconosciuto e mai dimenticato di poetica e musica verista. Proprio il successo di Cavalleria spinse il compositore verso un soggetto diverso da quelli sui quali stava lavorando e ad utilizzare un fatto di cronaca che suo padre aveva giudicato nel 1865 quando viveva a Montalto Uffugo di Calabria.

Un caso di omicidio, il cui movente era stato la gelosia, divenne materia viva e plasmabile per Leoncavallo che si servì anche di altre fonti letterarie: La femme de Tabarin di Catulle Mendés e Un dramma nuevo di Estebanez.

Rifiutata da Ricordi, Pagliacci venne acquistata da Sonzogno  e nel 1892 debutta al Teatro Dal Verme di Milano diretta da Toscanini e interpretata, nel ruolo di Tonio, da Victor Manuel. Opera verista, si apre con un prologo introduttivo eseguito, a sipario chiuso, dal personaggio di Tonio. E’ la nuova poetica verista che Leoncavallo mette in scena espressa in manifesto programmatico proprio nel prologo.  Al successo di pubblico però non corrispose quello della critica che risultò contrastante.

Pensata in un unico atto, come Cavalleria, fu, durante le prove, divisa in due parti precedute dal prologo e separate da un intermezzo orchestrale. La vocalità di stampo naturalista si piega alle sfumature del testo, si modella sui contrasti comico-tragici, per tingersi di cruda realtà, dimenticando qualsiasi forma strofica se non nella gavotta “Suvvia, così terribile” di Colombina e nella serenata “O Colombina” di Arlecchino.

Autore del libretto, Leoncavallo vi trasferisce emozioni e malesseri che non appartengono specificatamente al mondo calabrese come era avvenuto con Cavalleria, ma lasciano una indeterminatezza spaziale. La gelosia, se incontrollata, divora e piaga il cuore e la mente di chi ne è governato, e ognuno di noi può identificarsi in Canio ed essere giudicato.

Se il dubbio viene poi alimentato dalle parole e dai consigli malvagi di un altro uomo desideroso di vendetta, gli spasmi diventano furia, i tormenti diventano livore, la passione diventa azione violenta e sanguinaria. E’ vero, Canio indossa la giubba di pagliaccio, il suo volto è truccato, deve far ridere ad ogni costo (Ridi Pagliaccio), ma il dolore lo macera, il suo riso è amaro, è un pianto camuffato, un veleno che uccide lentamente perché prosciuga l’anima.

Silvio, Nedda e TonioCanio costituiscono un triangolo maledetto, una triade di sentimenti con al vertice l’amore della coppia clandestina ebbra e sognante, ed alla base l’odio di Tonio rifiutato da Nedda e la gelosia di Canio tradito.

Passioni incontrollate vivono nei personaggi, non semplici maschere, ma uomini concretamente attaccati alla vita e alla felicità. Per Nedda è la libertà dall’uomo che la soffoca; per Tonio è il possesso di Nedda; per Canio è l’amore di Nedda stessa.

Un teatro nel teatro dunque, come nei “Sei personaggi in cerca d’autore” di Pirandello, e soprattutto in Petrouska.

Il pubblico che assiste allo spettacolo di Canio crede alla finzione apprezzandone la dose di realismo, la bravura dei protagonisti, ma essi non stanno recitando, le parole minacciose pronunciate da Pagliaccio sono vere:

“No, per Dio, tu resterai

 e il nome del tuo ganzo mi dirai.”

 Canio implora, spera nella riconoscenza di Nedda, ma ella mai rivelerà il nome dell’amato se non negli spasmi della morte e anche Silvio cadrà perché accorso in suo aiuto.

La commedia è finita!”

 l’omicida lascia cadere il coltello, ma è Pagliaccio o l’uomo che ha ucciso? Entrambi.

Ottimi artisti ed ottimi attori si sono esibiti sul palco, iniziando da TonioTaddeo, interpretato da Elia Fabbian, che nel prologo a sipario chiuso apre questa serata: un bel timbro scuro e una parte ben recitata e convincente hanno sortito il giusto effetto visivo e vocale per l’intera opera.

Elia Fabbian

Il protagonista dell’opera, Canio-Pagliaccio è stato interpretato da Rubens Pellizzari:  anche se apparentemente un po’ affaticato, il suo bel timbro squillante ha guidato fino al termine questo ruolo complesso dell’uomo geloso che ucciderà amante e rivale, assecondando ed incalzando i comprimari in scena senza mai perdere il personaggio, che è risultato quindi  ben costruito e ben gestito vocalmente; buona ma non entusiasmante l’esecuzione della celebre aria “Vesti la giubba” (ridi pagliaccio) che ha comunque raccolto ottimi consensi dal pubblico.

La sua amata Nedda-Colombina è stata impersonata da una esuberante e fresca Valeria Sepe, che ha reso benissimo questa donna contesa ed innamorata, ma con molte sfaccettature. Buona vocalità, cristallina e frizzante, la Sepe ha eccelso nell’aria “Stridono lassù” dove è emersa in maniera particolare una buona tecnica ed agilità, insieme a un notevole volume.

Valeria Sepe e Rubens Pellizzari

Così come è stata molto convincente l’interpretazione dell’amante di Nedda, ovvero Silvio, interpretato dal baritono Federico Longhi al suo debutto in questo ruolo. Federico è ormai ben conosciuto sulle scene, e non possiamo che confermare ancora una volta le sue eccellenti qualità canore e la sua eclettica vena attoriale, che gli permette di spaziare in molti ruoli completamente diversi tra loro. In questo caso, il suo personaggio è appassionatissimo come ci si aspetta, ma abbiamo notato come è stata data una certa attenzione ad un canto verista pulito, preciso e senza fronzoli. Bravo!

Complimenti anche a Francesco Pittari nel ruolo di BeppeArlecchino, che interpreta con molto gusto la serenata “O Colombina” rendendola leggiadra, scanzonata ma curatissima nei dettagli vocali e drammaturgici.

Francesco Pittari

L’allestimento di Franco Zeffirelli, sicuramente di grande effetto anche se ormai ormai un po’ datato, è anche troppo ricco per gli spazi del Teatro Filarmonico di Verona. Sicuramente è piaciuto al pubblico in sala, con la sua profusione di colori e movimenti scenici, ma a nostro parere l’eccessiva presenza di elementi di ogni tipo impediva all’ascoltatore di seguire appieno musica e cantabili. Il tutto è stato incorniciato dai bellissimi costumi di Raimonda Gaetani; la regia di Zeffirelli, per questa produzione, è stata ripresa da Stefano Trespidi.

Ottimo il Coro e l’Orchestra dell’Arena di Verona diretta dal maestro Valerio Galli, e lo stesso dicasi per il coro di voci bianche A.LI.VE diretto da Paolo Facincani.

La recensione si riferisce alla recita del 29 gennaio 2016.

© foto Ennevi – Fondazione Arena di Verona

 

Rispondi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: