Lucia di Lammermoor a Bologna: quando la mano sinistra non sa che fa la destra.

 

di Federico Scatamburlo

Passate le note insidie e le polemiche della prima recita in data 16 maggio 2017 dell’opera in titolo al Teatro Comunale di Bologna, assistiamo alla messa in scena del giorno 20 maggio, con molte aspettative dato il cast della serata.

Tuttavia nostro malgrado, in accordo con i colleghi che già hanno commentato questa produzione, constatiamo subito la scarsissima efficacia della scenografia (Maurizio Balò) e della regia (Lorenzo Mariani). Come già ribadito in tante altre occasioni, il trasporre in altre epoche spesso non ben identificabili il momento in cui si svolge l’azione scelto dall’autore, e il voler rendere a tutti i costi all’avanguardia l’arredamento scenico, produce sempre un effetto deleterio sia per chi assiste allo spettacolo sia per chi ne fa parte attiva. Ancora una volta è quello che è successo: minimale all’estremo, una scena unica con elementi piatti che non sono cambiati per l’intera durata dello spettacolo (come il tavolo multiuso sul quale viene decapitato un cervo trofeo di caccia, e sopra il quale Lucia canterà leggiadramente sui resti sanguinolenti e dove pure firmerà il contratto di nozze) e i pochi riferimenti presenti spesso hanno lasciato sconcertato l’uditore. Ma questo è il male minore, si può apprezzare qualcosa senza capirne appieno il significato recondito che regista e scenografo possono aver voluto rendere, il problema di fondo è che tutto questo distrae dalla rappresentazione vera e propria, dove i protagonisti sono la musica e i cantanti, che devono essere immersi in un ambiente consono al dipanarsi della storia. Se troppo diverso dalla storia stessa si finisce per restare annichiliti a tentare di capire cosa succede e si perde tutto il pathos nelle performances degli artisti.

Direzione orchestrale gradevole ma senza lode e senza infamia per un applauditissimo Michele Mariotti, che regala momenti lirici raffinati e ben cesellati, che restano tuttavia a sé stanti e non si amalgamano fluidamente al resto della partitura. Questo specialmente nei primi due atti accorpati, dove i fiati, o meglio gli ottoni, risultano per così dire “fiacchi” e poco incisivi. La sensazione che abbiamo avuto è che Mariotti abbia voluto controllare eccessivamente il canto piuttosto che l’esecuzione orchestrale stessa, frenando e mettendo in difficoltà gli artisti, anziché modulando i tempi orchestrali secondo le esigenze e le esecuzioni canore, ottenendo così un effetto appiattito per tutto il tempo. Ma dopo l’apertura del sipario al termine dell’intervallo, ci deve essere stata una sorta di tacita ribellione dei cantanti, i quali hanno preso in mano la situazione prestando meno attenzione alla bacchetta del direttore, e lo stesso non ha potuto che adeguarsi, producendo così un effetto decisamente migliore ed emozionante e che ha reso l’ultimo atto veramente bello.

Lo stesso si può dire per il coro del Teatro Comunale, diretto da Andrea Faidutti. Chiaramente in difficoltà per i tempi orchestrali, appare nella prima parte piuttosto sgangherato, con attacchi sbagliati e intonazioni confuse, mentre nel secondo atto si riscatta pienamente sia vocalmente che scenicamente, nonostante l’avvilente scelta registica abbia relegato gli artisti del coro a mere comparse decorative.

La protagonista dell’opera doveva essere il soprano Irina Lungu, ma per indisposizione della stessa è stata sostituita da Ruth Iniesta. Una Lucia che è sembrata più una Violetta per colore della voce e per fraseggi quasi verdiani. Sicuramente l’emozione e forse un po’ di inesperienza di questa giovane soprano non hanno giocato a favore dell’esecuzione, risultata spesso stridula negli acuti, opaca nelle colorature e in evidente difficoltà, sempre al limite dell’intonazione. La nota positiva è che questo ha reso perfettamente la fragilità e l’innocenza della protagonista: se dal punto di vista del belcanto specialmente la scena della pazzia non è stata degna di lodi, dal punto di vista drammaturgico invece è stata veramente convincente, così come in tutta la parte.

Abbiamo già apprezzato di recente a Venezia in Lord Enrico Ashton il bravo Markus Werba: anche in questa produzione si è esibito con potenza e efficacissima drammaturgia, tuttavia anche per lui la direzione registica gli ha imposto un personaggio molto più forte ed ambiguo del necessario, con tinte eccessivamente cupe ed inquietanti, portandolo ad un canto troppo spinto, quasi brutale nella sua aggressività, a dispetto dell’immagine elegantissima e raffinata che gli conferiva il tipico abbigliamento scozzese.

A proposito di kilt, quello di Edgardo è stato indossato con sorprendente naturalezza dal bravissimo tenore rumeno Stefan Pop. Non è stato immune nemmeno lui, nella prima parte, delle regole registiche ed orchestrali. Le ormai note estensioni canore di cui è dotato, i colori e fraseggi che sono così belli e simili al compianto Pavarotti, sono inizialmente frenati dalla bacchetta, a discapito, appunto, della resa canora. Ma, come già detto, tutto cambia nella seconda parte della serata, specialmente nel finale, quando il dolore per il tradimento imposto e poi la prematura scomparsa di Lucia, prostrano completamente il protagonista, in viscerali momenti in cui sono emerse sfumature intermedie che non ci si aspettava.

Stefan si è talmente calato nella parte tanto da esibire dolore e lacrime reali che ci hanno emozionato in egual modo. In più, come abbiamo già sottolineato in passato, pur non essendo di madre lingua italiana è stupefacente la correttezza della dizione: i suoi recitativi e il cantabile sono sempre chiarissimi e comprensibili, come pochissimi sanno fare. Non c’è da stupirsi quindi se è stato il più acclamato dal pubblico, con ovazioni e addirittura applausi “ritmati”. Da quel memorabile Devereux di Genova, Stefan riesce sempre a sorprenderci. Bravo!

Evgeny Stavinsky, è stato Raimondo Bidebent, confidente ed educatore di Lucia: bella presenza e voce pulita di basso profondo, è tuttavia ancora lontano dal trovare quei suoni sontuosi e profondi che si richiedono in questa tipologia di voce. L’errore, tipico, che abbiamo rilevato, è il ricercare queste sonorità (storpiando alcune vocali) quando non necessario e quindi perdendo di mordente in alcuni fraseggi. Anche la drammaturgia non è ancora così efficace, ma le premesse sono buone.

Buona la performance di Elena Traversi nei panni di Alisa; inascoltabile invece Normanno (Gianluca Floris), (attribuiamo alla stanchezza o a qualche indisposizione una esibizione al limite del ridicolo), e di poco superiore l’esibizione di Lord Arturo Bucklaw (Alessandro Luciano).

Dieci i minuti di applausi finali e tutto esaurito in Teatro anche per questa serata.

Photo©RoccoCasaluci

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