Turandot- Torre del Lago – 12 Agosto 2022

 

Una Turandot sfortunata quella che si è tenuta il 12 Agosto a Torre del Lago.

 

 

I motivi sono svariati: un tempo inclemente, i  protagonisti principali in palese difficoltà vocale e una regia spesso latitante, con distanze eccessive tra i personaggi e una incapacità di mostrarne lo sviluppo emotivo. A tutto questo, come ciliegina sulla torta, si aggiunge la pioggia ad interrompere il, tanto atteso, finale di Berio.

Sta andando in scena il duetto tra Calaf e Turandot quando cominciano a cadere le prime gocce sul palco. E’ un momento carico di passionalità dove lei, ancora traumatizzata dalla morte di Liù, comincia a cedere all’amore, e dove Calaf, con occhi bendati e torso nudo mostra i due aspetti della sua virilità, quella carnale ed erotica e quella spirituale di un uomo che mette nelle mani di una donna il suo destino. Amore e morte. I due temi centrali dell’Opera uniti insieme.

Il vento freddo che scompiglia i capelli di lui, e che innalza in molteplici onde il mantello rosso di lei, rendono la scena emozionante nonostante tutto.

Ma purtroppo l’intervento della pioggia mette fine all’incanto, interrompendo la recitazione dei protagonisti, finalmente vicini e avvinti in carezze sensuali.

Se è vero che tra il pubblico sono in tanti ad abbandonare la propria poltrona per, letteralmente, filarsela, è anche vero che i due protagonisti sfidano il temporale estivo con coraggio e determinazione continuando a cantare. Solo quando gli orchestrali cominciano a riporre velocemente gli strumenti anche loro si arrendono al maltempo. Il pubblico rimasto gli tributa un caloroso applauso come per chi si è meritato sul campo l’onore delle armi.

E sicuramente non è stato facile cantare con quelle sferzate di vento freddo che hanno imperversato durante tutta la recita.

La regia di Daniele Abbado è asciutta e minimale, in alcuni casi criptica.

Ci mostra il regime di terrore instaurato da Turandot in una Cina meno favolistica ma più vicina a noi, seppure in un periodo storico imprecisato.

In questo clima tra incubo e realtà si muove Calaf che appare subito come un elemento di rottura. Il suo abito bianco è di fattura occidentale, così come quello di suo padre Timur e quello della schiava Liù.

La distanza tra i personaggi è spesso incomprensibile. Il regista alterna momenti visivi di grande impatto, come la scena del Principe Persiano denudato, sul cui corpo scultoreo vengono dipinte strie di sangue, a momenti in cui la scena manca di Pathos ed è incoerente con il libretto. E’ il caso della scena in cui Timur dopo la morte di Liù. Lui canta sul proscenio rivolto al pubblico, mentre il cadavere di lei viene trasportato via. La tensione emotiva viene drasticamente annullata.

I costumi di Giovanna Buzzi mettono ben in evidenza la semplicità del popolo che fa da contrasto con la ricchezza di tessuti usati per i vestiti dell’Imperatore che incombe dall’alto in un tripudio di bianco e oro, mentre la Principessa appare con un vestito rosso nel primo atto, avvolta da un abito dorato e un mantello d’argento nella scena degli enigmi e infine vestita di bianco con un mantello rosso nel terzo.

I costumi più audaci e onirici sono quelle delle ancelle che sfilano tra i veli che scendono da un ampio cappello e che, attraverso un magico gioco di luci, lasciano intravedere i corpi. Varietà di colori e di trucchi per le maschere. Dal richiamo agli abiti tradizionali alle suggestioni circensi che, sebbene personalmente le ritenga una forzatura, comunque non disturbano troppo.

Le scene di Angelo Linzalata, che cura anche le luci,  sono simboliche, funzionali e riempiono l’ampio palco creando geometrie e spazi, instillando un’ alone opprimente di urbano imbarbarimento. Le grandi pareti urbane sono graffitate con ideogrammi. Forse l’unico modo in cui la popolazione può manifestare il dissenso e contestare il potere assoluto che domina le loro vite.

E’ da una di queste mura praticabili che si affaccia per la prima volta Turandot, da una grande finestra circolare e lattea che rappresenta la luna. In questo chiarore selenico appare lei, rossa come il sangue che si appresta a far scorrere.

Anche l’ Imperatore e il Mandarino si affacceranno da queste mura nel secondo atto su lati diversi. Mentre dal praticabile centrale sarà lei a scendere  per proporre gli enigmi al Principe ignoto.

Sul podio il M° Michele Gamba dirige con perizia la partitura sviluppando i colori orchestrali in linea con i suggerimenti registici e con il finale di Berio privo di trionfalismo con una lunga coda musicale che va in dissolvenza. Contribuendo così a creare una Turandot più intimista e più sfumata.

Offre una buona performance il coro di voci bianche diretto da Chiara Mariani,

Il punto debole sono stati i due protagonisti vocali.

Calaf è interpretato dal tenore Rumeno Teodor Ilincăi purtroppo in giornata no. Forse infastidito dal tempo inclemente, forse per qualche altro problema, ha amplificato quei difetti di canto già riscontrabili in altre recite. Ciò che di bello ha lasciato intravedere è un mezzo vocale potente e un registro acuto poderoso anche se la nota non è sostenuta a lungo. Il canto è tutto all’indietro con un registro grave quasi inesistente ma soprattutto con centri non ben calibrati e note che ballano. Il suo “Nessun dorma” nonostante le problematiche ha riscosso i suoi applausi. Sia perché l’aria è quella più nota sia perché ha risolto brillantemente la parte finale avendo negli acuti il suo punto di forza.

Diverso invece il discorso per la Turandot del soprano Karine Babajanyan. Non ha cantato male ma era in evidente difficoltà a causa di un titolo troppo pesante per la sua vocalità. Lo sforzo vocale e l’affaticamento erano palesi. Decisamente fuori repertorio ha comunque fatto del suo meglio, che però non è abbastanza per affrontare questo ruolo impervio dove sono necessarie corde d’acciaio e una voce corposa. Ovvio che essendo lo spessore vocale più vicino a quello di una Liù che ad una Turandot sia stata pesantemente criticata. C’è anche da considerare che, da grande professionista, poche sere prima, oltre ad essersi assunta il compito di dare vita per tre recite alla “Principessa di gelo”, si è prodigata a salvare uno spettacolo interpretando in sostituzione all’ultimo momento una Tosca che è poi risultata un successo. Evidentemente un personaggio più nelle sue corde.

Nella parte di Liù il soprano Emanuela Sgarlata ha fornito una prova interessante evidenziando una voce potente, un timbro scuro, e una facilità agli acuti notevole. Ciò che manca ancora è la maturazione del personaggio in quei chiaroscuri che la definiscono, quella dolcezza che traspare dai filati, e che qui sono assenti. Ma tutto sommato ha fornito una buona prova che è stata ampiamente applaudita.

Spiccano in questa recita “i Ministri  del boia”, ossia: il grande cancelliere Ping, il Gran provveditore Pang e il grande cuciniere Pong, interpretati rispettivamente  dal baritono Giulio Mastrototaro e dai due tenori Didier Pieri e Francesco Pittari. La scena del secondo atto è tra i punti di forza di questa recita. I tre vengono presentati in un contesto familiare, intorno ad un tavolo mentre bevono e mangiano. La mimica è meticolosa, le voci sono solide ed espressive.

Buono il Timur di Abramo Rosalen. Vocalmente corretto non ha potuto però sviluppare la parte tragica del finale a livello recitativo, perdendo di fatto la possibilità di emozionare veramente il pubblico.

Notevole l’ Imperatore Altoum di Kazuky Yoshida. Voce poderosa con un fraseggio curato che imprime al personaggio una nobile saggezza. 

Degno di attenzione il Mandarino di Davide Battiniello.

Le giovani voci presenti in questa produzione ( ma anche nelle altre Opere  del festival Puccini di Torre Del Lago ) provengono dalla Puccini festival Academy che si configura come una fucina di nuovi talenti.

Una scuola di perfezionamento che offre diversi corsi tra i quali quello di tecnica vocale ed interpretativa con il vocal coach Massimo Iannone, e quello di studio dello spartito di Silvia Gasperini.

I risultati sono visibili. E’ apprezzabile in tutti questi ragazzi, oltre che una buona tecnica e una dizione perfetta, il trovare l’interpretazione corretta del personaggio ripulito da portamenti e manierismi.

Una Turandot dunque che, se per certi aspetti lascia l’amaro in bocca, dall’altro evidenzia anche ciò che di buono sta nascendo nell’Accademia con un gruppo affiatato di giovani che è già ben indirizzato.

Come accennato all’inizio tutta l’Opera si sviluppa secondo il finale di Berio scritto nel 2001 recuperando il materiale di Puccini. Un finale che elimina i trionfalismi e si limita ad unire i due accompagnandoli con una lunghissima dissolvenza del suono.

Sparisce la favola. Il maleficio termina. Rimane l’essenza di un uomo e una donna che dovranno fare i conti con se stessi e con il loro passato prima di poter pensare ad un futuro.

Questa conclusione musicale da alcuni viene considerata quella più fedele alla volontà del Maestro.

Anche se su questa considerazione si potrebbe discutere per ore.

Fatto sta che l’attesa per questo finale è stata vanificata dal temporale.

E in questa serata, ancora una volta, come vittima del destino, Turandot resta incompiuta.

 

Loredana Atzei

La recensione si riferisce alla recita del 12 Agosto 2022

Photo©LorenzoMontanelli

Turandot torre del lago 2022

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