Con La Bohème ed il Concerto di Capodanno il Teatro Verdi di Padova chiude la stagione lirica 2016.

di Salvatore Margarone e Federico Scatamburlo

Due eventi che erano stati pubblicizzati molto nei mesi scorsi, ma che hanno deluso entrambi per diversi motivi.

Iniziamo dall’opera più romantica che Giacomo Puccini ha scritto: La Bohème.

Il 29 dicembre scorso al Teatro Verdi di Padova è andata in scena una “scandalosa” Bohème, più che altro per la realizzazione e la regia , curata da Paolo Giani Cei , che stravolge ancora una volta una delle opere che, nella sua semplicità, è tra le preferite dal pubblico melomane.

Molte le incongruenze rilevate, in primis i costumi, decisamente inadeguati, a partire dai “chiodi” di pelle per i quattro amici artisti e i leggins per Mimì, per arrivare ad una vera e propria “tigre della malesia” per quanto riguarda Musetta, che indossava un abito scintillante dorato attillatissimo con cappotto in leopardo (quantomeno calzava il personaggio) .

Le scene erano veramente scarne: tutto si svolgeva in un unico ambiente sempre uguale, a parte qualche suppellettile (vedi strumenti musicali dipinti di bianco accatastati in un angolo, oppure mucchi di libri e fogli in un altro), senza mai differenziare adeguatamente l’ambientazione, tanto che, anche nel secondo atto, il più bello dell’opera, non si capisce se l’azione era all’interno del locale Momus  o all’esterno in strada. Il tutto condito da molta confusione: un palo per lap-dance (che non si è capito quando stava dentro il locale e quando ne era fuori) mescolato con la folla dei bambini, ballerini in infradito da spiaggia e chi più ne ha più ne metta.

Giorgio Berrugi e Maija Kovalevska

Insomma una bella insalatona condita di tutto un po’ scaturita dalle idee registiche del succitato, che ha stravolto del tutto la poesia di un’opera romanticissima.

Passando alle voci, nota dolente è stata la brutta bronchite del tenore, Giorgio Berrugi, che pur essendo impossibilitato a cantare, ha voluto comunque esibirsi compromettendo l’intera messa in scena.

Arrampicandosi sugli specchi non è riuscito ad emettere suoni in acuto, ripiegando per tutta l’opera al registro quasi baritonale e mettendo in grande difficoltà i suoi compagni d’avventura: inesistenti i duetti che sono diventati degli assoli, lasciando senza parole il pubblico che, pur essendo stato avvisato con un annuncio prima dell’inizio della recita, non si aspettava una catastrofe del genere. Non sarebbe stato meglio trovare un sostituto per Rodolfo? Oppure annullare la recita e riproporla qualche giorno dopo?

Viste le circostanze comunque va sottolineato il senso di responsabilità che Berrugi ha dimostrato. Conosciamo le sue qualità canore e per questo merita una  lode comunque.

Qualcuno del pubblico ha fortemente reclamato al botteghino chiedendo la restituzione del costo del biglietto, giustamente: immaginatevi un’intera opera dove il ruolo principale non riesce a cantare.

Molte perplessità restano dunque sulla scelta da parte della direzione artistica nel far proseguire comunque lo spettacolo.

Mimì, interpretata dalla giovane soprano Maija Kovalevska, è risultata fredda, la voce non è stata rotonda come dovrebbe essere la giovane Mimì pucciniana, con anche qualche problema sugli acuti, e scenicamente poco appropriata, anzi per nulla: risulta irrigidita per l’intera opera. Scelta anche questa registica o problemi nei movimenti provocati dai leggins troppo stretti?

Mihaela Marcu

Buona la performance di Mihaela Marcu nel ruolo di Musetta: perfettamente calata nella parte ha reso anche vocalmente il bellissimo valzer.

Degno di lode invece è il baritono Gezim Myshketa, che ha interpretato un Marcello di tutto rispetto vocalmente e sostenuto l’intera opera riempendo adeguatamente le scene.

Hanno completato il cast: Schaunard , Daniel Giulianini; Colline, Gabriele Sagona; Benoit, Davide Pellissero; Parpignol, Luca Favaron; Alcindoro, Christian Stranieri; Sergente dei doganieri, Luca Bauce; Doganiere, Riccardo Ambrosi.

La direzione musicale è stata affidata al giovane Eduardo Strausser  che,  viste le problematiche della serata, ha dovuto assecondare continuamente tempi e quant’altro. Abbiamo riscontrato inoltre molta confusione nel gesto durate la direzione, che è risultato poco chiaro, ma non sono mancati momenti musicali interessanti.

L’Orchestra Filarmonica del Veneto ha aperto l’opera con più di una sbavatura dei violini, poco precisi ed approssimativi, cosa che si è ripetuta più di una volta.  Il Coro Lirico Veneto, diretto da Stefano Lovato, anch’esso non ben definito sul palco, ha  creato solo confusione e mancato del tutto la coerenza tra movimenti e ambientazione: un continuo andirivieni inutile, che si è mescolato con il Coro Voci Bianche “Cesare Pollini” diretto da Marina Malavasi, nonché con ballerini e cantanti.

Insomma molto deludente anche questa messa in scena delle due in programma per quest’anno, speriamo che l’anno prossimo si possa assistere a qualcosa di più decente e qualitativamente superiore.

Situazione imbarazzante anche al Concerto di Capodanno. Tutto ci si può aspettare oramai, tanto che anche in questa occasione sembrava di essere in una balera con tanto di amplificazione, microfoni, batteria, ecc…

Ci siamo resi conto subito dal primo brano eseguito dall’Orchestra Filarmonica Veneta, diretta da Eduardo Strausser, che sarebbe stato poco allegro questo giorno di festa. I pezzi scelti sono sembrati più un inno ad un compianto, che la celebrazione dell’inizio del nuovo anno: si è perfino arrivati all’esecuzione, da parte del soprano Sumi Jo, di un rifacimento dell’Adagio di Albinoni, che di festoso non ha proprio nulla.

Alessandro Safina

L’apice della tristezza è stato raggiunto con Alessandro Safina, tenore veronese, che si è prodigato nell’interpretazione del Padrino. Pensavamo di essere in un posto diverso e per una circostanza diversa dal Capodanno. Safina, che ha cantato solo col microfono, è dichiaratamente un interprete di canzonette che con l’opera e la voce tenorile non ha nulla a che vedere. Ha tentato di stupire con sovracuti e filati uscendo però completamente dall’intonazione.

Sumi Jo, soprano, pur cantando anch’essa con microfono, ha faticato a farsi sentire in sala. Voce piccolissima, scadentissime le approssimative agilità nel Je veux vivre dal Roméo et Jiuliette di C. Gounod, che è risultato freddo ed appena accennato. Inoltre, con l’intento di dare proprie interpretazioni, si è trovata spesso fuori tempo, con l’orchestra che non ha mai tentato di adeguarsi e viceversa.

Sumi Jo

Anche l’Orchestra Filarmonica Veneta ha dato il suo contributo al concerto attestandosi come buona orchestra per accompagnare arrangiamenti che di certo non hanno bisogno di raffinatezze ricercate come nell’opera. Ad esempio i pochi tentativi, effettuati assieme a Safina, di un rifacimento della celebre aria dal Samson et Dalila, sono totalmente falliti quando è stato interpretato il testo di G. Bella (Ah L’amuri):  pietra miliare della grande musica dove per eseguire il brano in questione serve un vero cantante lirico. Risultato assolutamente inascoltabile.

Apprezzabile il tentativo generale di imbastire uno spettacolo in apparenza fascinoso che il pubblico, evidentemente non abituato al vero bel canto, ha comunque apprezzato con calorosi applausi.

Photo©Giuliano Ghiraldini

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